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Il
territorio di San Felice sul Panaro dall'antichità
al Medioevo
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Nell'anno 927 nel villaggio
fortificato di San Felice ("Castellum Sancti Felicis"
è detto nel documento) due proprietarie della
zona effettuano la donazione di alcuni terreni situati
in Marzana e nelle vicinanze al Vescovo di Modena, nella
cui diocesi rientrava - come ora - il territorio del
nostro Comune. E' questa la prima menzione del toponimo
di San Felice, che solo dopo l'Unità d'Italia,
ha assunto l'appellativo di "sul Panaro" per
essere distinto da altri omonimi comuni dello Stato
italiano.
Il villaggio medioevale è identificabile dal
gruppo di case comprese fra la via Terrapieni, la Chiesa,
la Rocca e il Municipio; espansioni successive diedero
origine al borgo tra il Teatro Comunale e la torre dell'Orologio.
Al di fuori dell'abitato, i documenti dei secoli tra
il X e il XIII ci presentano un territorio inselvatichito,
caratterizzato da ampi spazi incolti (boschi e acquitrini)
che vengono progressivamente intaccati dalla spinta
colonizzatrice degli uomini della Bassa, una parte dei
quali erano coloni del Vescovo di Modena e dell'Abbazia
di Nonantola.
Il processo di "costruzione" di un paesaggio
agrario completamente antropizzato continua per tutto
il Medioevo, con l'eccezione di qualche lembo di pianura,
come il Bosco della Saliceta, che si estendeva tra San
Felice, Camposanto e Staggia (San Prospero) e che costituiva
una vasta riserva di legna e di selvaggian per la comunità
sanfeliciana, che poi passò in proprietà
degli Estensi.
Anche le località minori del territorio comunale
(oggi per lo più frazioni o borgate) sono documentate
in genere a partire dal Medioevo, al seguito della progessiva
occupazione e organizzazione delle campagne tra Secchia
e Panaro. Rivara è già attestata nel IX
secolo; nel 934 era un roncore loco, cioè un
luogo appena dissodato dalle sterpaglie.
Pavignane, detto in origine Pavignana, è attestato
intorno al 1000 come semplice podere.
Nel 927 Marzana era un tratto di campagna occupato da
boschi e da terreni incolti. L'attuale San Biagio nel
XIII secolo costituiva una "villa", come si
diceva allora - cioè un gruppo di case -, designata
con il nome di Palus Maior, "Palude Maggiore":
nelle vicinanze infatti iniziava la vasta depressione
boschiva e acquitrinosa delle Valli sanfeliciane e mirandolesi.
Il piccolo centro di Dogaro, al margine sud-est del
Comune, deve il suo nome all'omonimo canale di bonifica
(Dogaro o Dugale) scavato nel basso Medioevo per permettere
lo scolo delle acque in una zona bassa prossima al corso
del Panaro. Villanova, ora semplice nome di un podere
e di una via, nel Quattrocento indicava un gruppo di
case erette in una zona disabitata.
Nuovi dissodamenti di quel periodo sono ricordati anche
dal toponimo Ronchetti, che ora designa una via non
lontana dal capoluogo. E gli esempi potrebbero continuare
a lungo.
La Pieve di San Felice è attestata già
nel 1038, quando era la chiesa battesimale di un territorio
equivalente almeno a quello dell'attuale Comune; le
sue origini risalgono certamente all'alto Medioevo,
forse al IX secolo, se non prima. Solo dal XIII secolo
sono invece documentate le chiese di Rivara e San Biagio,
dipendenti in un primo momento da San Felice, poi -
nel basso Medioevo - erette in parrocchie autonome.
Mauro Calzolari
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